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lunedì 11 novembre 2013

Jack White, Give your blood (HMV Forum London, 23 aprile 2012)

Comincio subito col dirvi che quello che state per leggere è il resoconto di una di quelle pazzie che si fanno poche volte nella vita e per pochissimi artisti.

Probabilmente già sapete del nuovo corso artistico del camaleontico Jack White. A poco più di un anno dallo scioglimento ufficiale dei White Stripes, ha appena pubblicato un album solista dal titolo Blunderbuss annunciando un tour mondiale con inizio a maggio. Fin qui niente di anomalo se non fosse per l’aggiunta a sorpresa (con una settimana di anticipo..) di due intimate shows in concomitanza con la pubblicazione dell’album. Parigi e Londra le città prescelte.. La tentazione è troppo forte, aspetto da anni  questo momento e non voglio farmelo scappare: mi procuro un biglietto per l’HMV Forum di Londra, situato nel rione di Camdem, prenoto un volo e una camera in ostello. Tre giorni dopo, da solo e zaino in spalla, parto per Londra.

Mezza giornata per ambientarmi, una bella dormita ed è ora di avviarsi sul luogo dello spettacolo. I manifesti annunciano il fin troppo prevedibile SOLD OUT, il cielo è plumbeo e scende una classica pioggerellina inglese, gelida. Una colazione a eggs e bacon, qualche caffè, un pò di ottima letteratura (il vagabondo delle stelle di Jack London -!!-) mentre si avvicina l’ora fatidica. Alle 16 mi unisco a un manipolo di fans motivati, di tutte le età ed esclusivamente inglesi (che sia stato l’unico ad aver organizzato un viaggio simile ?) Discutiamo sul nuovo disco e sul fatto che la setlist sarà composta da canzoni tratte da tutta la sua discografia, da quelle scritte per i White Stripes a brani dei Raconteurs e Dead Weather, e sul fatto che si faccia accompagnare in tour da due band distinte, una di soli uomini e una di sole donne scegliendo la mattina del concerto con chi suonare.. Una trovata inusuale e geniale.

Alle 18 ci consegnano i braccialetti, niente biglietti classici, probabilmente per scongiurare i soliti affari dei bagarini. Ancora un pò d’attesa e le porte vengono aperte! Davvero una bella location, molto più piccola dei locali in cui suonerà nel tour ufficiale. La capienza, tra posti in piedi e balconata, è di circa 2000 persone. Il palco è piuttosto basso e vicino alla transenna. Qualche bar, un piccolo guardaroba e il banchetto del merchandise in cui vendono l’album in vinile, magliette con la sigla III (da Jack White III) qualche gadget e il poster ufficiale della serata che recita: Jack White, give your blood ! Birra in mano, posto il seconda fila, la tensione sale.

Alle 20 e 30 è il turno del gruppo spalla, le inglesi Smoke Fairies, una delle numerose band emergenti prodotte da Jack con la sua casa discografica indipendente, la Third man Records. Non male per scaldare ulteriormente gli animi ma niente in confronto a quello che ci aspetta.

Sono le 21.20, quattro tecnici di fiducia in cappello, completo e cravatta azzurra lavorano con perizia alla preparazione del palco liberando i vari strumenti dalle lenzuola bianche che li ricoprono lasciando per ultima la batteria, unico indizio per capire quale band lo accompagnerà. Saltano subito all’occhio le valvole retrò degli amplificatori, come immaginavo l’amplificazione è esclusivamente analogica !

21.45, le luci si spengono, la batteria viene scoperta, sarà la band di sole donne ad accompagnarlo. Entrano sei bellissime in abito da sera azzurro. La lunga attesa è finita: ecco Jack White, vestito sobrio in jeans e maglia nera come a dire: “Pochi fronzoli, siamo qui al servizio della musica!” imbraccia una chitarra azzurra e… BAM ! L’intro di Dead Leaves and The dirty ground, classico dei White Stripes, rimbomba come un missile e io perdo il controllo.

Sul palco straborda energia femminile all’ennesima potenza. La batterista, Carla Azar, sistemata a lato, ci dà dentro senza esclusione di colpi e non fa rimpiangere una certa Meg White. Contrabbasso, pedal steel, violino. Ai cori e cembalo la cantante di colore Ruby Amanfu e al piano e alle tastiere la rossa Brooke Waggoner. Fanno tutte la loro parte alla grande mentre Jack se la ride dandoci dentro con una grinta da frontman d’altri tempi. Le nuove canzoni, già grintose sul disco, nella resa live decollano all’ennesima potenza. La stessa “Love Interruption” con la strumentazione al completo raggiunge picchi più alti rispetto allo scarno arrangiamento da studio.  La scaletta è ben calibrata e, come già annunciato, comprende, oltre alle nuove, canzoni tratte da tutta la sua discografia saggiamente riarrangiate, se non addirittura migliorate. Lo si capisce sin dalla quarta canzone Top Yourself originariamente registrata nel secondo disco coi Raconteurs, qui dilatata e supportata da un lungo fraseggio con la violinista. Per non parlare di Hotel Yorba, I\’m Slowly turning into you o  We are going to be friends, registrate con i White Stripes ma eseguite al massimo delle possibilità grazie al contributo di non due, ma ben sette strumenti. C\’è anche posto per Two Against One, contributo di Jack all’album Rome di Daniele Luppi e Danger Mouse, dalla resa quasi psichedelica. Il primo set si conclude con una delle mie preferite: Ball and Biscuit (White stripes) tratta dal millon seller Elephant, quasi dieci minuti di chitarra incendiaria, da perdere i sensi ! L’encore si apre con il pezzo più potente di Blunderbuss: Sixsteen Saltines, le pile sono ancora cariche! C’è tempo per My Dorbell, l’inaspettata Carolina Drama (The Raconteurs) con tanto di assolo vocale della cantante Ruby Amanfu che ricorda i Pink Floyd di The Great Gig In The Sky e l’immancabile Seven Nation Army con pubblico in estasi a ripeterne il riff, abusato ma decisamente efficace (almeno sono in inghilterra e non in Italia..) C’è ancora tempo per Goodnight Irene, standard scritto nel 1933 dal bluesman Huddie ‘Lead Belly’ Leadbetter. Passato remoto, presente e futuro si fondono in un tutt’uno. Un’esperienza da raccontare ai nipoti.



Thank you White Stripes & Madrugada! (un vecchio articolo datato marzo 2011 che scrissi in occasione dello scioglimento dei White Stripes)


ll due febbraio scorso Jack e Meg White hanno ufficializzato lo scioglimento dei White Stripes adducendo come motivo il desiderio di preservare la musica fin’ora composta, non volendo cioè diventare cloni di sé stessi o schiavi delle logiche commerciali imperanti. 
I due non suonano insieme dal vivo da quasi quattro anni, da quel tour di Icky Thump, nel sempre più lontano 2007, in cui dovettero sospendere numerose date per motivi di salute di Meg. Alcuni (un giornalista de La Repubblica incluso) li ricordano come “‎Il duo del Po-Popopo-Po". Beh, vi assicuro, non poco sgomento, che valgono molto più di banali associazioni alla “Campioni del mondo”. Non offendetevi se mi permetto di dire che si è trattato della miglior band dell’ultima decade, la prima di questo millennio a cercare di dare una scossa al music business. Non sto dicendo che abbiano inventato alcunchè di nuovo (senza i vecchi bluesman del Missisippi e l’hard blues dei Led Zeppelin non credo avrebbero fatto molta strada) hanno tuttavia dato il via a una nuova attitudine nel fare musica. In formazione minimale; chitarra/voce/batteria. Scenografia e abiti a strisce rosse e bianche. Fratelli ? Amici ? Hanno giocato a lungo su questa ambiguità. Solo dopo qualche anno dichiarano di essere stati sposati. Jack White, al secolo John Anthony Gillis, ha deciso dunque di adottare il nome della moglie. Dal vivo.. dinamite pura. Lo stile batteristico “dada” assolutamente non virtuosistico ma indispensabile di Meg ricorda da vicino quello di Moe Tucker dei Velvet Underground. Jack dirige con disinvoltura le dinamiche con spiccata padronanza dello strumento e una voce unica. Sei dischi all’attivo, White Blood Cell, con quell’intro gracchiante di Dead lives and the dirty ground, il mio preferito. Rimpiango di non averli visti dal vivo a Lubiana sei anni fa. La vita, si sa, non offre quasi mai una seconda chance, mai perdere il treno. Jack, sono sicuro, continuerà a stupirci come ha fatto negli ultimi anni con lo stile che lo contraddistingue. Vedi Raconteurs (visti a Ferrara qualche tempo fa) e Dead Weather (da batterista!). Grazie Jack. Grazie Meg.
 




Pochi giorni prima di questa triste notizia ho (ri)scoperto quasi per sbaglio un gruppo di cui conoscevo ben poco. I Madrugada. Originari di Stokmarknes, cittadina situata nel nord della Norvegia, si formano nel 1995. Sivert Høyem alla voce, Frode  Jacobsen al basso, Robert Burås alla chitarra e Jon Lauvlend Patterson (sostituito da  Simen Vangen dopo il secondo disco) alla batteria. Debuttano quattro anni dopo con  l'acclamato Industrial Silence. Registrano in seguito altri quattro album in studio e uno dal vivo Live at Tralfamadore (mai letto Vonnegut ?).

Fino a pochi giorni fa conoscevo solo Grit, datato 2002 (vi consiglio l'ascolto di Blood shot adult commitment, canzone di apertura, non vi deluderà) bravi pensavo, ma nulla di sconvolgente. Sapevo anche  del loro scioglimento nel 2008 dovuto al tragico suicidio del chitarrista ma non mi ero spinto oltre.
Girando in internet scopro dell'uscita di una raccolta, (perchè no?) me la procuro.
Ancora un po' scettico ma curioso di saperne di più metto sullo stereo il disco "due" (non chiedetemi perchè abbia cominciato dalla fine) e BAM! Un' illuminazione. Mi lascio cullare dalla voce bassa di Silvert Høyem, a metà strada tra Nick Cave e Mark Lanegan. Ottime melodie. Produzione ben ponderata. What's on your mind, Vocal, Majesty.. Una più bella dell’altra. Molto bene. Ormai irrimediabilmente rapito decido di approfondire. Scopro che in madrepatria sono considerati  la “Miglior rock band norvegese di sempre” e hanno basi di fans in giro per l'Europa e l'America, qui da noi sono un fenomeno di nicchia per pochi appassionati e intenditori. Sebbene piccolo, spero, con queste poche parole di dare un contributo alla diffusione della loro musica. Che altro dire.. Mi sarebbe piaciuto vedere anche loro dal vivo.. Peccato che anche in questo caso sia arrivato troppo tardi..
A Robert Burås, ovunque tu sia.

P.S. La buona notizia è che Sivert Høyem, cantante del gruppo, ha pubblicato nel 2009 un album da solista dal titolo Moon Landing e sembra stia lavorando a nuove canzoni, vedremo un po’ che succede..  Un tour ?