martedì 4 marzo 2014

Anna Calvi
(Ljubljana, 27 febbraio 2014 Kino Šiška)


Il Kino Šiška è gremito, molti i fans giovanissimi. Vicino a me, tra le prime file, un manipolo di ragazze, nemmeno ventenni, canteranno tutte le canzoni, senza perdere una parola. Un segnale rassicurante se considerato che non si tratta dell'ennesima bella faccia inglese lanciata dal music business, ma di una musicista di razza con due (ottimi) album all'attivo.

La scenografia, piuttosto spoglia, è costituita da un telone raffigurante un prato sovrastato da nuvole basse. Candele e crisantemi, poi, attorniano le casse alla base del palco.
Anna entra timidamente in scena poco dopo le 22, è di un'eleganza sofisticata; indossa pantaloni a vita alta, una camicetta nera e tacchi alti. Non è un caso che sia una delle musiciste più ricercate da alcuni degli stilisti più famosi al mondo. Osserva per qualche istante il pubblico, sorride. Dietro alla soddisfazione per una calorosa accoglienza nasconde un'aria sardonica di sfida. Imbraccia la Telecaster. 

 

Suzanne & I” apre le danze e già dal primo accordo la metamorfosi è evidente: la giovane donna introversa di poco prima si tramuta in un'artista passionale e assolutamente sicura di sé. Segue “Eliza” e tutti sono già stregati. Una canzone che parla di quando ci si sente intrappolati in una situazione e, per evadere, si immagina di essere qualcun altro “If only I could be you Eliza..”.
L'onirica “Sing To Me”, ispirata ad una delle sue artiste favorite, Maria Callas, ci culla mescolandosi dolcemente con le nuvole in sottofondo, portandoci, sognanti, verso distese sterminate.

È accompagnata da altri tre musicisti: un batterista, un tastierista (elemento aggiunto in questo tour) e la polistrumentista Mally Harpaz, alternata tra armonium, basso, chitarra e percussioni. Gli occhi saranno incollati esclusivamente su di lei, la protagonista assoluta: Anna Calvi. Una presenza scenica magnetica e una voce così potente da chiedersi come faccia ad uscire da un corpo tanto minuto.
Una delle caratteristiche che più colpiscono sono le incredibili dinamiche. Si passa da momenti sussurrati a momenti abrasivi, da ninnananne ad esplosioni di chitarre psichedeliche e stridenti, sorrette da un cantato a volte bisbigliato, a volte operistico. In particolare “Carry Me Over”, tratta dall'ultimo album “One Breath” è un crescendo che sfocia in un assolo al fulmicotone sorretto da melodie ipnotiche.

Simile è il caso dell'intensa “Love Of My Life” che ricorda, in qualche modo, le sfuriate della sua connazionale PJ Harvey.
La canzone che forse, più di tutte, mi ha fatto innamorare si intitola “Love Won't Be Leaving”, saggiamente inserita a fine set. Perfetta sintesi di tutte le sue composizioni ed esauriente dimostrazione del suo talento sia canoro che chitarristico. Un pezzo che mi riporta indietro con la memoria di una decina d'anni, quando ascoltai per la prima volta Jeff Buckley rimanendone ammaliato.

Quattro le covers previste in scaletta: dal passato (remoto) al presente, da “Jezebel” di Frankie Laine a una versione languida e avvolgente di “Wolf Like Me” dei Tv On The Radio, passando per “Surrender” di Elvis e “Fire” di Springsteen. Rivisitazioni tanto personali quanto convinceti che confermano la sua bravura sia compositiva che interpretativa.

Di poche parole, dopo un'ora e quaranta di musica, rientra sul palco da sola, perfettamente a suo agio, sorride, chiede se ci sono richieste “vi lascerò con una ninnananna” e intona "No More Words".

In un'intervista una volta ha detto: “Sono sempre stata attratta dall'idea di guarire le persone con la mia voce.” Se questo era l'intento.. ci è senz'altro riuscita.


Setlist:

Suzanne & I
Eliza
Sing To Me
Suddenly
Cry
Surrender 
Rider To The Sea
First We Kiss
I'll Be Your Man
Love Of My Life
Piece By Piece
Carry Me Over
Bleed Into Me
Fire
Wolf Like Me
Desire
Love Won't Be Leaving

A Kiss To Your Twin
Blackout
Jezebel

No More Words

sabato 1 marzo 2014

Savages
(Bologna, 26 febbraio 2014 Locomotiv Club)


SAVAGES is not trying to give you something you didn’t have already, it is calling within yourself something you buried ages ago, it is an attempt to reveal and reconnect your PHYSICAL and EMOTIONAL self and give you the urge to experience your life differently, your girlfriends, your husbands, your jobs, your erotic life and the place music occupies in your life. Because we must teach ourselves new ways of POSITIVE MANIPULATIONS, music and words are aiming to strike like lightning, like a punch in the face, a determination to understand the WILL and DESIRES of the self.
This album is to be played loud in the foreground.
SAVAGES MANIFESTO #2

Le Savages non stanno cercando di darti qualcosa di nuovo, cercano di risvegliare dentro di te qualcosa che hai seppellito molto tempo fa. Sono un tentativo di riconnetterti con te stesso e le tue emozioni, ridandoti la voglia di sperimentare la vita in un modo diverso. Di riconsiderare il ruolo della tua ragazza, di tuo marito, del tuo lavoro, della tua intimità e del posto che la musica occupa nella tua quotidianità. Perchè dobbiamo insegnare a noi stessi nuovi modi di “manipolazione positiva”, la nostra musica e le parole mirano a colpire come un fulmine, come un pugno in faccia, con una determinazione a capire la volontà e il desiderio in noi stessi. Quest'album deve essere suonato a volume alto, e ascoltato con attenzione.

Quattro donne londinesi, vestite di nero, molto incazzate ed estremamente determinate.
Sonorità cupe e dirompenti che richiamano al post-punk anni '80, genere che in molti hanno cercato di riproporre, ma pochi sono riusciti a rivitalizzare. Non è un caso che l'età media, stasera, si aggira tra i trenta e quarant'anni.
La ricerca di qualcosa di essenziale è già chiara all'ingresso del club, dove un cartello incita il pubblico a non scattare fotografie e video con il cellulare, per immergersi completamente nell'esperienza.

A note from Savages
Our goal is to descover better ways of living and experiencing music.

We believe that the use of phones to film and take pictures during a gig prevents all of us from totally immersing ourselves.

Let's make this evening special

Silence your phones

Riconnettersi con la musica in maniera viscerale e allo stesso tempo riappropriarsi del silenzio, questo l'intento. Lasciare da parte inutili orpelli, figli di un'età in cui stiamo perdendo di vista l'essenziale e non riusciamo più a concertrarci, disturabati da un rumore costante. Non a caso il titolo dell'album d'esordio è proprio “Silence Yourself”. La loro performance, poi, sarà la perfetta estensione di tutto questo. Sulla copertina del disco si legge:
Una volta il mondo era silente, ora ci sono troppe voci. E il rumore è una distrazione costante. Si moltiplica, intesifica, svierà la tua attenzione verso qualcosa di più conveniente, e si dimenticherà di dirti chi sei...” (Manifesto #1)

Alle 23 entrano le quattro Savages. Il palco è basso e privo di transenna, meno di un metro mi distanzia da loro. Jenny Beth, frontman carismatica, capelli corti e tacchi alti, squadra il pubblico con occhi tenebrosi.
La bassista, Ayse Hassan, è schierata a destra, davanti a me, terrà in piedi la sezioni ritmica con perizia impeccabile, ad occhi chiusi per tutto il concerto.
A sinistra la chitarrista Gemma Thompson, lo sguardo nascosto da una lunga frangia, imbraccia la fender azzurra e comincia a dipingere un'inquietante foresta sonora. È il feedback di I Am Here a dare l'avvio al set. Il ritmo martellante ed ipnotico di Fay Milton ci fa entrare subito nell'atmosfera. “I am here.. No more fear.. No more dark shadows..”



Segue “una canzone dedicata a tutte le ragazze snelle e carine. E ai ragazzi” si tratta del (già classico) City's Full. “So many skinny pretty girls around.. Honestly, I just wanna go down.. Try to pretend there's nothing wild..Why do you treat so bad..” Si sprigiona energia femminile allo stato puro, in un crescendo folgorante. il pubblico apprezza e comincia a scaldarsi. Jenny tiene il ritmo sferzando pugni nell'aria, a canzone conclusa commenterà: “mi piace la gente che balla, è la cosa che preferisco” e Ayse parte con il basso di Shut up, mi viene in mente lo scorcio di conversazione tra Gena Rowlands e Joan Blondel nel film “Opening Night” di Cassavettes, inserito come introduzione dell'album, in particolare la frase: I'm trying to be patient..



Su Waiting for a sign penso a come debbano essersi sentiti spiazzati i primi spettatori dei Joy Division o di Siouxsie And The Banshees. Note dilatate e stridenti, sorrette da un basso compulsivo.
She Will sembra uscita direttamente dalla penna di Ian Curtis. Jenny impugna il microfono, si muove per il palco. È già una frontman sicura ma ha ancora grosse potenzialità.

In scaletta c'è spazio per qualche inedito: dall'urlata I Need Something New a Flying to Berlin, inclusa nell'EP del singolo “Husbands” ed ispirata a quel momento in cui “Pensi che l'aereo su cui stai viaggiando debba schiantarsi al suolo, e hai davvero paura di morire”.
Dopo No Face Jenny commenta “C'è un gran silezio per una canzone così rumorosa" e inizia Hit Me, un testo ispirato ad un documentario sulla pornostar “Bella Donna”, che analizza la ricerca di piacere da esperienze estreme.

Gran finale con  Husbands e Fuckers; la prima è uno sfogo di una donna esasperata da un rapporto coniugale soffocante, mentre la seconda viene presentata così: "Un amico una mattina ha lasciato un biglietto sul frigorifero con scritto "Don't let the fuckers get you down" e ho cominciato a pensare che forse, prima di pensare di avere io un problema, ero circondata da teste di cazzo. Questa canzone è dedicata a tutti quelli che stanno passando un brutto perido, si chiama "Fuckers"
Un lungo mantra di dieci minuti con una batteria tribale, in cui il cantato ripete ossessivamente: “Don't let fuckers get you down.. Don't let the fuckers get you down”.

Dopo un'ora e pochi minuti si chiude il sipario, nessun bis previsto ma poco importa, non capita tutti i giorni di venir investiti da un scarica di energia femminile tanto strabordante, speriamo ci sia un degno seguito a tutto questo.

Video:
Husbands: https://www.youtube.com/watch?v=nHw9_C_58tY
She Will: https://www.youtube.com/watch?v=giHD0OHl9xo


giovedì 13 febbraio 2014

Bombino
(Trieste, 12 febbraio 2014 Teatro Miela)


Dopo lunghi giorni di pioggia, il cielo di Trieste, questa sera, è stellato. La luna splende e soffia una leggera brezza. Nulla accade per caso. Il teatro Miela, infatti, si trasformerà, per un paio d'ore, nella piazza di Agadez, città del Niger, luogo d'origine del giovane Omara Moctar, in arte Bombino. Stiamo per intraprendere una carovana desertica, cullati da un ritmo ipnotico sferzato da una chitarra nomade.

La collaborazione con Dan Auberbach, frontman dei Black Keys e produttore dell'album "Nomad", l'hanno proiettato all'attenzione di un pubblico internazionale.



L'atmosfera è vibrante, il teatro gremito da un pubblico eterogeneo di tutte le età. Sono le 21 e 45, è tempo di dare inizio alle danze. Entra Bombino, vestito di verde; calza delle infradito ed è cinto dall'immancabile tagelmust, il lungo velo bianco tipico della sua cultura. Imbraccia una chitarra acustica e inizia a cullarci con i suoi lunghi mantra su due accordi.

È accompagnato da basso e percussioni; una sezione ritmica tribale da cui è impossibile non farsi catturare.




La prima parte è una sorta di trascinante “Unplugged Tuareg Blues”, gli animi cominciano a scaldarsi.

Si sentono la sabbia, l'acqua, i cieli sterminati. Si sente la ricerca di libertà e lo spirito di ribellione. Ribellione verso un governo opprimente e violento che, nell'epoca in cui Moctar cominciò a suonare, mise la chitarra tuareg fuori legge. È difficile, per noi occidentali, capire cosa significhi suonare per ribellarsi al sistema. Sembra addirittura che due suoi compagni siano stati giustiziati dall'esercito proprio per questo motivo. Se si è disposti a seguirlo, Bombino ti fa capire esattamente di cosa si tratta. In un epoca in cui i gusti sono dettati esclusivamente dal mercato, sonorità e personaggi così autentici ti fanno rimettere in contatto con un amore viscerale, con l'origine per una passione cristallina, per la musica e per la libertà.



È quando imbraccia la sua Fender che la serata prende veramente quota. Lunghe jam trascinanti con continui cambi di ritmo. Si passa dal Desert Blues, al Reggae, fino a punte Rock. Un manipolo di spettatori sul lato sinistro da l'avvio ad un sabba inarrestabile su un ritmo ipnotico, da seguire ad occhi chiusi mentre la band ci da dentro alla grande, colpita da tanta positiva accoglienza.

In quattro sul palco: bassista a sinistra, chitarra ritmica a destra e batterista sul fondo.



Non sono riuscito a riconoscere molte canzoni, forse tre o quattro, il cui Intro è particolarmente orecchiabile. Molti i pezzi tratti da “Agadez”, disco del 2011 che l'ha fatto uscire dai confini del Sahara.

Tratti da “Nomad” ricordo una strepitosa “Her Tenere” (In The Desert) e un'inarrestabile “Imuhar” (Freeman) inno all'unione del suo popolo nomade, contro le avversità del presente.

Leggendo la traduzione dei suoi testi (cantati in tuareg) si capiscono i retroscena di una cultura da sempre affascinante. Bisogni puri, scevri dalla retorica consumista occidentale. Si parla di amicizia, acqua, pazienza, amore, dubbio. Il tutto su un onnipresente sfondo desertico di cui non si vede la fine.



In tanti concerti visti, poche volte mi sono imbattuto in artisti di un'umiltà tanto genuina. Continui i ringraziamenti in francese sotto un timido sorriso soddisfatto.

A fine concerto si concede al pubblico per fotografie e autografi, mentre mi dedica una copia di “Nomad”, mi colpisce con la frase "Grande famille, Grande famille !" come a dire che per lui siamo tutti una grande famiglia.


Un esempio di umanità e un artista immenso, speriamo che l'attenzione mainstream non inquini il suo animo nomade.


domenica 29 dicembre 2013

Lou Reed



Seduto sul divano ascolto Lou Reed, 'A Perfect Night, Live in London', l'album che mi fece innamorare, undici anni fa.
Ero ancora un ragazzetto, avevo l'età in cui ci si avvicina ai giganti con innocenza e ingenuità e la passione, se curata, può diventare una cosa seria. La fiamma si stava accendendo, e non avrebbe fatto prigionieri. 

Sono passati due mesi da quella domenica 27 ottobre, e ancora non me ne rendo conto.

Se torno con la mente alla sera del 18 maggio 2003 provo ancora sensazioni vivide e vibranti. Ero a Milano con mio padre, si trattava della prima gita musicale della mia vita, avevo quindic'anni.

Da quella volta ne seguirono molte, con Lou:
Pisa (19 luglio 2003), Modena (1 luglio 2004), Berlino (25 aprile 2005), Pordenone (12 marzo 2006), Lubiana (13 marzo 2006), Parigi (23 giugno 2007) e l'ultima, sempre a Parigi, il 28 giugno 2008 a conclusione di un viaggio musicale a bordo del “Magic Bus”.

L'ultimo mio incontro ravvicinato con Lou, lo ebbi la sera del 12 novembre 2008, quando suonò alcuni pezzi a Reggio Emilia, ospite di Laurie Anderson, sua moglie. Il pezzo che chiuse il concerto fu “I'll Be Your Mirror” tratta da quell'esordio fulminante dei Velvet Underground nonché brano di apertura di “A Perfect Night, Night in London”. Il ciclo si era chiuso, ahimè per sempre.


martedì 17 dicembre 2013

Galeb & The Seagull
(Trieste, 14 dicembre 2013 Tetris) ENG


It's almost Christmas, the blue lights of the tree light up the room, a cinnamon tea smokes on the table. I turn on the stereo, press play .. "Sweet and Sour Please!" .. and suddenly the reassuring heat of a July afternoon stands out in my mind. The siblings Goran and Gaia, Galeb & The Seagull, were sitting on the same sofa where I am now. The next day they recorded this album, in a few hours, just like the good old times. Two voices, a guitar, a harp and a handful of good tunes; what is needed, nothing more. All enriched with authentic lyrics of a disarming sincerity; precious diamonds accumulated around the world. Fleeting glances, friends, endless landscapes, love, farewells, returns, wine, sweat, hope and much, much more. Expressions of a life lived to the fullest, between long journeys in New Zealand, Australia, Lyon, the hills of Barolo, the familiar Trieste and the new home: Berlin. 

Berlin.. an indefinable city, pulsating, multi-ethnic, energetic, constantly changing and waterproof for many.. Berlin.. Its streets, its people.. This is the new lifeblood.. Here Goran makes his living now, with his tunes, playing in clubs and doing the busker, the picturesque street musician. It is precisely in Berlin that Goran recorded "Picking Flowers", a flight that does not disappoint even without the Seagull/Gaia (back to Trieste due to university commitments). Perhaps the missing of his sister makes him lose a bit of the beautiful vocal dynamics of the previous album but the result, however, does not disappoint, in fact confirms a genuine talent, at the height of the masters.

Leafing through my album of music memorabilia I read with pleasure a dedication that Goran wrote to me before one of his numerous departures: "Dedicated to the one who can sip the sap of the dream, to keep it alive."

This is precisely what the lucky presents have been able to enjoy at Tetris: the sap of the dream, kept alive..

It's ten and a half, Goran is alone on stage, wearing the ubiquitous brown vest over a striped shirt, bare fingers glove on his right hand, like an authentic busker. Tetris is still half empty, but it will not take long to fill up. The instrumental intro from his new album “Picking Flowers” starts the show on his red guitar (the cheapest in the world, to paraphrase his own words). He is sitting as a seagull perched, ready to take flight, the lucky audience timidly begin to approach.

"Hey Seagull" is the first song in the setlist, a sweet ballad dedicated to his sister, written after her departure from Berlin: “Hey Seagull, how are you doing? You have been missed here lately.. Have you found your way to life and back ?...”

"I know you would" follows .. “All I need in my life is to follow a dream.. All these years wasting time.. I've been following dreams.. And I'm happy to say that you're part of my plan.. Would you walk on my side.. I know you would..”

"Still in time" .. an arpeggio emerged from long years of classical studies .. "The 120 arpeggios by Giuliani" style .. results in a gritty chord progression supported by the harp and an almost impatient vocal “And forget the reason why.. Your not sleeping quiet at night.. It's alright, your still in time!” .. The guitar begins to croak, something is going wrong, Galeb seems a bit unstable, I see it in his eyes .. But here, with a masterstroke, enters Seagull .. The sister Gaia, with a confidence of a mature performer, keeping time on a tambourine .. She takes the stage with great ease and the flight finally takes off.. the mad flight of Galeb & The Seagull.

"For the one who love to turn the mistake into a work of art"
Another dedication Goran wrote on my copy of "Sweet and Sour, Please!" shortly before his first departure to Berlin. What we are witnessing, ladies and gentlemen, is getting closer and closer to a work of art !

"Pickin' Flowers”, the title track of the new album, literally sent me to another planet, no doubt about it. The tune is perfect, nothing is missing , everything is exactly where it should be, a marked improvement from the last time I saw them playing on a stage, and us, lucky viewers, follow the trail.
"The House on the top of the hill" and the bucolic harmonies are now smoother and calibrated at best, a pleasure for the ears.

There is also space for Goran's great passion: The Blues. It's the traditional "St. Louis Blues" practiced for the first time that same morning (!) hopefully it will find space in the next record.
We then move on to "Razorblade" a pleasant song, raggie style. Once again Gaia's voice rises the dynamics further.
It's the moment for the already classic "A Flight Into Space" written many years ago; Gaia remembers the first time she sang it, she was 16 years old (she is now 22).. It was released for the first time in the Ep named "Tired but Happy", when the project was simply called "Goran". To use Goran's own words:

"A Flight is a song dedicated to all of the people who still manage to fly into space and watch this crazy world through the eyes and mind of a child, finding beauty where everything looks gray ."


 

We are slowly coming to an end, the perfect timing for my absolute favorite, the little masterpiece called "All To Ten", listen to it, then listen again, and again.. I'm sure it will not disappoint you!

The set ends on the song "Birds" Goran's harp makes us glide in distant lands, the world is so beautiful and reassuring from here.
The words that present the encore say it all: "Since we have been reassuring and sentimental throughout the whole evening, now we will be critical" and "What about the fish" begins; a small warning about "All the things we forget in the hectic modern life "

This leg of their mad flight stops here, the goal is to live on it for another six months , but if they continue like this , they will surely arrive well beyond the Pillars of Hercules.


Here you can listen to their entire discography: https://soundcloud.com/galeb-and-the-seagull

Encore: What about the fish? 



Galeb & The Seagull
(Trieste, 14 dicembre 2013 Tetris)


È quasi Natale, le lucine blu dell'albero illuminano la stanza, un Thè alla cannella fuma sul tavolo. Accendo lo stereo, schiaccio play.. “Sweet and Sour Please!”.. e d'un tratto il caldo rassicurante di un pomeriggio di luglio si staglia nelle mia mente. I fratelli Goran e Gaia, in arte Galeb & The Seagull, erano seduti sullo stesso divano in cui sono ora. Il giorno dopo avrebbero registrato questo disco, in poche ore, come ai vecchi tempi. Due voci, una chitarra, qualche armonica e una manciata di ottime melodie. Quello che serve, nulla più. Il tutto arricchito da testi autentici, di una sincerità disarmante; diamanti preziosi accumulati in giro per il mondo. Sguardi, amicizie, paesaggi sterminati, amore, addii, ritorni, vino, sudore, speranza e molto più. Espressione di vita vissuta tra lunghi viaggi in Nuova Zelanda, Australia, i colli del Barolo, Lione, la familiare Trieste e la nuova casa: Berlino.

Berlino.. Città indefinibile, pulsante, multietnica, energica, in costante mutamento e, per molti, impermeabile.. Berlino.. Le sue strade, la sua gente. Questa la nuova linfa vitale. Qui Goran si guadagna da vivere con le sue canzoni, suonando nei club e facendo il busker, il pittoresco musicista da strada. È proprio a Berlino che Goran registra “Picking Flowers”, un volo che non delude anche senza il Seagull/Gaia (tornata a Trieste per impegni universitari). Forse la mancanza della sorella fa perdere un po' delle stupende dinamiche vocali dell'album precedente, ma il risultato comunque non delude, anzi, conferma un talento genuino, all'altezza dei maestri.

Sfogliando il mio album di memorabilia musicali rileggo con piacere una dedica che Goran mi scrisse prima di una delle sue numerose partenze: “Dedicato a chi sa versare la linfa del sogno per tenerlo vivo”.


Proprio questo è quello che i fortunati presenti al Tetris hanno potuto apprezzare: la linfa del sogno, tenuto vivo.

Sono le dieci e mezza, Goran è solo sul palco, indossa l'immancabile panciotto giallo sopra una maglia a righe, guanto a dita scoperte sulla mano destra, da autentico busker. Il Tetris è ancora mezzo vuoto, ma non tarderà a riempirsi. Partono le note arpeggiate che aprono l'ultimo “Picking Flowers” sulla sua chitarra rossa (la più economica del mondo, parafrasando le sue stesse parole). Comincia seduto, come un gabbiano appollaiato pronto a spiccare il volo, i fortunati presenti cominciano timidamente ad avvicinarsi.

Hey Seagull !” è il primo brano in scaletta, dolce ballata dedicata alla sorella, scritta dopo la sua partenza da Berlino: “Hey Seagull, how are you doing? You have been missed here lately.. Have you found your way to life and back ?...” Hey Seagull, come te la passi? Ultimamente mi sei mancata.. Hai trovato la tua strada ?..


Segue “I know you would”.. “All I need in my life is to follow a dream.. All these years wasting time.. I've been following dreams.. And I'm happy to say that you're part of my plan.. Would you walk on my side.. I know you would..” Tutto quello di cui ho bisogno nella vita è seguire un sogno.. Tutti questi anni a perdere tempo.. Ho seguito i miei sogni.. E sono lieto di dirti che sei parte del mio piano.. Vuoi camminare con me?.. So che lo desideri..”

Still in time”.. un arpeggio uscito da lunghi anni di studi classici, sullo stile de “I 120 arpeggi di Giuliani”, sfocia in una grintosa progressione di accordi sorretti dall'armonica e un cantato quasi insofferente “And forget the reason why.. Your not sleeping quiet at night.. It's alright, your still in time!” Dimentichi il motivo.. Non dormi tranquillo la notte.. Va tutto bene, sei ancora in tempo!.. La chitarra comincia a gracchiare, qualcosa sta andando storto, Galeb sembra un po' instabile, lo vedo nei suoi occhi.. Ma ecco, con un colpo da maestro, entrare in scena Seagull.. La sorella Gaia, con una sicurezza da performer più che matura, tiene il tempo su un tamburello.. Sale sul palco con estrema disinvoltura e il volo prende finalmente quota.. ll folle volo di Galeb & The Seagull.

A chi ama trasformare l'errore in un'opera d'arte
Altra dedica di Goran, scritta sulla mia copia di “Sweet and Sour, Please!” poco prima della partenza berlinese. Quello a cui stiamo assistendo, signore e signori, si avvicina sempre più ad un'opera d'arte.

Pickin' Flowers”, brano omonimo dell'ultimo album, mi manda letteralmente su un altro pianeta, non c'è che dire; le incursioni vocali di Gaia portano la serata ad un altro livello. La sintonia è perfetta, non manca nulla, tutto è perfettamente dove dev'essere, un netto miglioramento dall'ultima volta che li vidi suonare su un palco. E noi fortunati spettatori seguiamo la scia.
The House on the top of the hill”, le armonie bucoliche sono ormai fluide e calibrate al meglio, un piacere per le orecchie.

C'è anche spazio per la prima grande passione di Goran: il Blues. Si intitola “St. Louis Blues” traditional provato per la prima volta la mattina stessa (!) Speriamo trovi spazio nel prossimo disco.
Si passa poi a “Razorblade” una piacevole canzoncina estiva in stile raggie, ancora una volta la seconda voce di Gaia innalza ulteriormente la dinamica.
È il momento dell'ormai classico “A Flight Into Space” scritta tanti anni fa; Gaia ricorda di averla cantata per la prima volta a 16 anni (ora ne ha 22).. Inserita nell'ep “Tired but Happy”, quando il progetto si chiamava semplicemente “Goran”. Parafrasando le sue parole “A Flight is a song dedicated to all the people that, like children do, can still fly into space sometimes and look at this crazy world with the eyes and mind of a child, finding beauty where everything seems to be grey”

Dedicata a tutte le persone che riescono ancora a volare nello spazio e guardare questo pazzo mondo con gli occhi e la mente di un bimbo, trovando la bellezza dove tutto sembra grigio”.



Stiamo lentamente giungendo alla fine, è il momento della mia preferita in assoluto, quel piccolo capolavoro intitolato “All To Ten”, ascoltatela, e riascoltatela, sono sicuro non vi deluderà!

Il set si conclude sulle note di “Birds” l'armonica di Goran ci fa planare in terre lontane, il mondo è così bello e rassicurante da qui. Le parole che presentano il bis dicono tutto: “Visto che siamo stati melensi e rassicuranti per tutta la serata, adesso saremo critici.” E inizia “What about the fish” piccolo monito su “tutte le cose di cui ci dimentichiamo nella frenetica vita moderna”.

Si conclude così questa tappa del loro folle volo, l'obbiettivo è camparci per altri sei mesi ma, se continuano così, arriveranno ben oltre le colonne d'Ercole.

Encore: What about the fish?
Qui potete ascoltare tutte le loro canzoni: https://soundcloud.com/galeb-and-the-seagull


mercoledì 27 novembre 2013

Nick Cave & The Bad Seeds
(Ljubljana, 25 novembre 2013 Hala Tivoli)


Nick Cave è un'artista che va visto a prescindere, una sicurezza per ogni appassionato di musica. In questo tour ho già avuto la fortuna di assistere allo show intimo di Londra, al Koko, lo scorso 3 novembre. Una performance davvero memorabile che aveva, tuttavia, qualcosa di ostentato. Probabilmente perché si trattava di un concerto organizzato apposta per farne un documentario, la sala era troppo illuminata e buona parte del pubblico faceva a gara per farsi filmare.

Questa sera, invece, ci attende un concerto autentico: niente telecamere, niente guestlist, niente luci ingombranti, niente briglie, niente sella. Solo sudore ed estasi.

Lasciato da parte il piglio auto-ironico del “Dig Lazarus Dig Tour” i Bad Seeds sembrano tornati allo smalto di vent'anni fa, merito forse della parentesi Grinderman. Viene da chiedersi cosa sarebbe successo se sul palco fossero rimasti Blixa Bargeld e Mick Harvey ma, la pulsante sezione ritmica di Martyn P. Casey e Jim Sclavunos, la tastiera di Conway Savage, unita al ritorno di Barry Adamson (dopo ventisei anni), al nuovo arrivato George Vjestica alla chitarra e al geniale tutto fare Warren Ellis, non li fanno rimpiangere. Nick, inoltre, si è rasato i baffi e ha saggiamente deciso di lasciare da parte la chitarra per dedicarsi, anima e corpo, alla voce e al pianoforte.

Sarà Shilpa Ray & Her Happy Hookers in versione “one band girl” ad aprire le danze, un piacevole massaggio alle orecchie prima della furia che non tarderà a scatenarsi sul palco dell'Hala Tivoli.

Sono schierato al lato destro, davanti alla postazione di Warren Ellis, nuovo direttore d'orchestra incontrastato dei Bad Seeds. Alle 21 tutto è pronto, si spengono le luci, partono le note di "We No Who U R", ed ecco Nick Cave, in completo di raso nero, ad indicarci minaccioso “We Know who you are, we know where you live, and we know there's no need to forgive” .

Dopo questa introduzione la band è perfettamente ambientata e il concerto comincia a decollare. “Jubilee Street”, Il viaggio al termine della notte ha inizio ed io perdo completamente il controllo e comincio a saltare ad occhi chiusi.. “The problem was, she had a little black book”.. e la dinamica sale. Sempre più in alto.. sempre più in alto.. fino alla catarsi.. “I'm transforming.. I'm vibrating.. I'm glowing.. I'm flying.. look at me know”.. Warren imbraccia il violino, ormai non mi trattengo più: “Go Warren Gooo!”.. mi sembra di spiccare il volo.

Siamo appena all'inizio, un temporale all'orizzonte. "Look Yonder! A big black cloud come !".. Nick è sopra la mia testa, come un predicatore impazzito, che lui stesso ha descritto nel suo primo romanzo “E l'asina vide l'angelo”.. “The king was born in Tupelo!” si appoggia alle mani dei presenti, si fonde con loro in un tutt'uno, e io sono lì, con loro, a sorreggerlo. Sembra di essere a "Tupelo", un paese dimenticato da Dio, nel bel mezzo della tempesta, indifesi e prossimi all'apocalisse. 

 

L'inquietante campana di “Red Right Hand” non da tregua.. Una passeggiata con il diavolo.. Nick gioca con il pubblico aggiungendo versi al testo, si rivolge in particolare ad un fan che lo filma con il cellura “You still got that shitty camera? He'll get you a new one”..

Si rallenta un po' con “Mermaids” tratta dall'ultimo “Push The Sky Away” e abbellita da un lungo assolo finale di Warren sulla sua chitarra personalizzata, a quattro corde.

 The Weeping song” regge anche senza la seconda voce di Blixa, complice un arrangiamento ben calibrato sulla melodia del violino.

A canzone finita, un fan particolarmente alticcio urla “I love you!”, Nick si avvicina “Behave yourself” comportati bene, gli dice, lo incita poi a fare silenzio e sussurra “I wanna tell you about a girl” neanche tempo di riprendere fiato e Bamm, il basso pulsante di Martyn P. Casey ci trascina nella stanza 29 di “From Her To Eternity” interpretata con una teatralità pari ai tempi de “Il cielo sopra Berlino”. Ad un certo punto Nick ci incita a fare spazio, sembra voglia calarsi tra noi. Non è così, a qualche fila di distanza vede una ragazza dai lunghi capelli neri, simile ad Anita Lane, e la incita ad avvicinarsi. Nick vuole dedicarle la strofa che da senso a tutta la canzone: “This desire to possess her is a wound, and its naggin at me like a shrew, but, ah know, that to possess her Is, therefore, not to desire her.” che si può tradurre: “Questo desiderio di possederla è un vero strazio, e mi tormenta come una megera. Ma io so bene che possederla significa non desiderarla”.

È il momento di rifiatare; incredibile come si riesca a passare da momenti di tale furia selvaggia a momenti di delicatezza cristallina. Rispetto al tour del 2008 le canzoni al pianoforte sono suonate in maniera molto più ispirata, è come se avessero acquisito una nuova linfa vitale. “West Country Girl”, “Into My Arms”, “People Ain't No Good” e “Love Letter”, quattro brani, tratti da “The Boatman's Call” e “No More Shall We Part”, due album che amo e conosco a memoria.

Higgs Bosom Blues” riporta il Nostro tra le prime file, è davvero in gran serata e ha un gran bisogno di sentire il pubblico sulla propria pelle. Sul verso “Can you fell my heartbeat ?” ci incita ad avvicinarci, poi si lascia cadere, facendosi sorreggere sul petto, dritto al cuore. Ad un bivio incontriamo Robert Johnson e Lucifero, arriviamo al Lorraine Motel di Memphis, fa caldo, uno sparo risuona come un ritmo spirituale, eccoci nella Savana, con Hannah Montana e un missionario con il vaiolo che sta salvando i selvaggi con il suo Higgs Boson Blues mentre Miley Cirus fluttua in una piscina a Toluca Lake. È così, il testo tradotto in realtà.



È il condannato a morte del classico “Mercy Seat” a continuare la storia, la sedia elettrica lo attende, il trono della misericordia. Anche se non vuole ammetterlo sappiamo già tutti che è lui il colpevole. Con gli occhi iniettati di sangue Nick si immedesima nel personaggio, implorandoci di credergli.

Si passa ad un altra storia di truci omicidi con “Stagger Lee” da “Murder Ballads”, e il dialogo con il pubblico viene portato all'esasperazione. Siamo dentro al saloon “the bucket of blood” dove, quel maledetto figlio di puttana, Stag, li uccide tutti fino all'ultimo. Quando la carneficina sembra finita entra il Diavolo in persona ma Stag non ha pietà, e lo riempie di piombo.

Il set si conclude sulle note rarefatte di “Push The Sky Away”: anche se alcuni dicono che è solo rock'n'roll, arriva dritto alla nostra anima. E dobbiamo continuare a spingere, spingere via il cielo, senza arrenderci.

Ma non è finita; si ricomincia con la ballata “God is in the house”, un'altra delle mie favorite. Pubblico eccellente, tutti in religioso silenzio, non vola una mosca, nessuno urla con voce sommessa hallelujah. Si sentono solo note cristalline ed un'interpretazione sussurrata, da brivido.

Deanna” tradisce forse un po' di stanchezza ma, dopo quasi due ore di performance selvaggia, lo si può perdonare.

Le sorprese non sono finite. Qualche indicazione alla band e Nick dedica “Stranger Than Kindness” ad una fan che lo sta seguendo in tour.

La strada è stata lunga e impervia ma, per raggiungere la totale epurazione dei sensi, bisogna raccogliere le ultime energie e intonare “Papa won't leave you, Henry”, papà non ti lascerà Henry, papà non ti lascerà ragazzo, quindi non c'è bisogno di piangere.

Salire sul palco significa sciogiere le briglie, gettare la sella ed esplodere in una catarsi di pura e totale emozione. Ecco di cosa si tratta; Liberarsi, Abbandonarsi, Purificarsi. L'epurazione dei sensi.
N.Cave

NOTA: "Wide Lovely Eyes" non è stata eseguita. I bis suonati: "God Is In The House", "Deanna", "Stranger Then Kindness" e "Papa Won't Leave You Henry"